Raramente capita ad un architetto di trovarsi così avvolto da una tanto complessa congiura di sentimenti architettonici.

Il “recupero” del Monastero dei Benedettini è durato più di trenta anni, necessari alla comprensione di uno spazio complesso e imponente destinato all’ennesimo uso – quello universitario – profondamente diverso dall’originario, che era appunto ad appannaggio dei soli monaci benedettini e poi frazionato tra mille destinazioni differenti.

De Carlo viene inviato dall’Università di Catania al Monastero dei benedettini nel 1980, al fine di suggerire quali procedure attuare per il recupero e per il suo conseguenziale adattamento a sede universitaria. A seguito della visita, l’architetto consiglia all’Ateneo di indire un Concorso di Idee a livello nazionale, dal quale però non nascerà nessun progetto affine alle esigenze dello spazio e della committenza. Solo nel 1983 l’Università chiede a De Carlo di redigere il “Progetto Guida” per il Monastero. Seppur non avesse ancora chiarito i suoi sentimenti nei confronti di uno spazio inquietante e oscuro come il Monastero, De Carlo viene stimolato alla comprensione pura (ovvero lo “spirito del luogo”) dall’incontro di “tre singolari personaggi”. «Si tratta di Giuseppe Giarrizzo, Vito Librando e Antonino Leonardi: un grande storico dotato di dirompente energia intellettuale, uno storico dell’arte profondo conoscitore dell’architettura catanese, un cultore appassionato e competente dei segreti della costruzione e della progettazione architettonica» (G. De Carlo 1999).

Il recupero dei Monastero ha visto l’alternanza di “letture” e “progetti tentativi”, che hanno permesso all’architetto di scollare «il vecchio sistema di significati e stenderne uno nuovo che consente alla mirabile architettura antica di assumere nuove trame, strutture e ruoli significanti per il mondo contemporaneo» (G. De Carlo, 2003).

L’intervento di recupero ha portato all’introduzione di elementi fortemente contemporanei, che si aggiungono agli “antichi” rievocandone la forza e restituendogli inoltre una nuova identità, un nuovo uso. La struttura primigenia viene riparata, riportata alla luce e alla leggibilità da parte del visitatore (che sia viaggiatore, studioso o studente), e ad essa vengono aggiunte soluzioni concepite in continuità con il linguaggio originale. Il presente dialoga con il passato; le soluzioni di De Carlo puntano ad un riuso in cui anche le superfetazioni acquistano il valore di “testo narrativo”: raccontano le stratificazioni, le scelte compiute, anche se non condivise, del passato. Scrive De Carlo: «Non c’è separazione fra conservazione e progettazione. Fra tradizione e innovazione bisogna muoversi in modo itinerante; perché le sollecitazioni, i confronti, i rilanci, le interpretazioni si sviluppino senza sosta e l’interesse per la tradizione non generi imitazione, l’interesse per l’innovazione non generi superficialità. Il progetto ha valore proporzionale alla sua capacità di deformarsi per insinuarsi nelle stratificazioni architettoniche esistenti, per diventare strati a loro volta cambiando il senso di tutti gli altri» (G. De Carlo, 1960)

Alla congiura di sentimenti architettonici che il Monastero dei Benedettini suscita nell’architetto genovese vanno ricondotti: la realizzazione dell’Auditorium (dedicato proprio a Giancarlo De Carlo); le aule didattiche nelle ex scuderie del Monastero; il nuovo arredo, squisitamente contemporaneo, del Giardino dei Novizi costituito dalla fontana sormontata dalla Terrazza, dalla scala elicoidale e dalla centrale tecnologica incastonata nel banco lavico, coperta da un sistema di superfici riflettenti e corredata da sfiatatoi di forme differenti; il Giardino di via Biblioteca oltre che il Ponte Manica, aula studio tra i due chiostri. Elementi contemporanei che creano un ponte tra il presente del Monastero, nei suoi interni e come centro di ricerca, e la città all’esterno con i suoi abitanti e la sua storia.

Il Progetto di De Carlo per il Monastero dei Benedettini nel 2004 diviene oggetto dell’esposizione Des lieux, des hommes al Centre Pompidou di Parigi. Quattro anni dopo, nel 2008, il Monastero viene riconosciuto come “Opera di Architettura Contemporanea” dalla Regione Siciliana.